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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 28/11/2007 @ 14:55:33, in ATLETICA, linkato 320 volte)
Applausi a scena aperta a salutare un grande campione e un grande uomo. L’aula magna Filippo Pacini della Facoltà di scienze motorie a Careggi era gremita di studenti e professori per ascoltare la conferenza della Freccia del Sud, l’ex primatista mondiale dei 200 metri, Pietro Mennea, che parlava di doping. Molti dei ragazzi presenti non avevano vissuto in prima persona le gesta del campione azzurro e così è stato eloquente il video mostrato prima che Mennea prendesse la parola. Condensate un pochi minuti le emozioni più belle della sua lunghissima carriera contrassegnata da ben cinque partecipazioni alle olimpiadi (quattro volte finalista, dal 72 all’84). Dal bronzo sui 200 alle Olimpiadi di Monaco 72’, al 10”01 sui 100 di Città del Messico 1979, record italiano, passando dai 3 ori ai Campionati europei, al record del mondo sui 200 metri, 19”72, all’oro olimpico di Mosca 1980 con il famoso grido “Mennea recupera, recupera… recupera!” dell’asciutto e cadenzato telecronista Paolo Rosi. “Molti atleti che erano con me in queste gare che avete visto – ha esordito eloquentemente Mennea – non ci sono più. Scomparsi prematuramente. Perché il doping è la scorciatoia del successo, ma anche della salute e della vita”. Mennea ha fatto gli escursus sulle carriere di alcuni campioni dell’atletica poi trovati positivi. Da Ben Jonhson, a Marion Jhones, ai greci Kenteris e Thanou. Arrivati all’apice con il doping adesso a loro non è rimasto in mano nulla. Nemmeno i soldi, perché molti dei guadagni fraudolentemente ottenuti li dovranno restituire. “Io ho avuto – ha spiegato l’ex velocista, ex parlamentare europeo e ora avvocato – una carriera tra le più longeve. Senza avere mai uno strappo muscolare. Perché i miei muscoli non erano gonfiati artificialmente, eppure mi allenavo per 350 giorni all’anno per cinque, sei ore al giorno”. Mennea ha parlato poi delle anomalie del sistema sportivo internazionale. La Federazione calcistica mondiale (Fifa) e quella ciclistica (Uci) non aderiscono al protocollo internazionale antidoping, preferendo. Finchè non ci sarà un’armonizzazione delle regole la lotta al doping sarà sempre ostacolata. La conclusione è stata il messaggio ai futuri allenatori presenti in aula: “Avete la responsabilità delle future generazioni. Spero che insegnerete loro che la vera medaglia è vincere puliti. La vera medaglia è la medaglia della credibilità”. E scatta la standing ovation.
Avevo detto nel servizio di presentazione della partita nel notiziario di Toscana Tv che la gara dei viola contro la Reggina rappresentava un'incognita e che doveva dare soprattutto una risposta a una domanda. Come avrebbe reagito la squadra dopo la prima sconfitta dell'anno? Avrebbe calato di tensione o avrebbe mostrato immediata voglia di ripartire e spregiudicatezza? La prima risposta è quella che vince. Un pareggio per 0-0 senza gioco e senza idee nè voglia. Si è anche ipotizzato di gambe pesanti della squadra dopo aver effettuato, come è logico durante una sosta, un richiamo della preparazione. Plausibile ma non credo che i preparatori atletici della Fiorentina, che hanno dimostrato di essere bravissimi fino ad ora, possano aver fatto un errore di questa portata. Montolivo, atteso al rientro dopo la sosta che doveva rimetterlo in sesto ha accusato (ci dicevano i bollettini medici) una distorsione alla caviglia in settimana. Oggi però in campo c'era e non ha brillato, ha anche rimediato un'ammonizione che gli farà saltare la gara contro l'Inter. Dopo la Nazionale e il rinnovo del contratto non sembra più lui. Ma non è certo il caso ora di fare dei processi. C'è anche da dire che Prandelli non era in panchina. E questo potrebbe spiegare tutto (anche se, come ho detto dopo la scnfitta con l'Udinese, nessuno deve cercare alibi in questi casi). Ma soprattutto è necessario fare un enorme in bocca al lupo a Prandelli, oggi assente. Ci sono cose più importanti di una partita di calcio. Senza contare che ci sono anche gli avversari. E Renzo Ulivieri, tecnico della Reggina, aveva preparato benissimo la gara, senza tralasciare anche i dettagli psicologici.
Le intercettazioni sulla faccenda Rai-Mediaset come la vicenda Moggiopoli. Ovvero quello che tutti sapevano ora è spiattellato nei "brogliacci" divulgati degli inquirenti. Che Rai e Mediaset non si facevano concorrenza ma erano entrambe al servizio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che tramite i suoi uomini (e donne, tra cui la sua ex segretaria personale) che aveva piazzato nei posti chiave o a capo delle redazioni della Rai, controllava i palinsesti, commentava e faceva pressioni su quante volte il presidente veniva inquadrato e soprattutto faceva pressioni affinchè i risultati elettorali sfavorevoli delle elezioni regionali venissero ritardati il più possibile e si creasse della confusione pilotata affinchè si capisse il meno possibile che il centrodestra avrebbe perso. Anche i dirigenti delle major cinematografiche di Hollywood, si scopre ora, sapevano già tutto e si scambiavano mail del tipo "In Italia il primo ministro Berlusconi ha in mano un autentico monopolio. Definivano il sistema televisivo italiano come RaiSet, crasi tra Rai e Mediaset. Inutile dire adesso, come faceva Moggi, che le intercettazioni sono illegali e un'invasione della privacy. Altro elemento da tener presente è che colui che fino a ieri era l'alleato principale di Berlusconi, Gianfranco Fini, boccia le tesi del Cavaliere che ha parlato di "sciacallaggio" per l'uscita delle intercettazioni. "Non è così - ha detto Fini - il problema televisivo esiste". Il problema è che se n'è accorto con 15 anni di ritardo. Fino a ieri era un monoblocco col Cavaliere, fronte comune contro qualsiasi cambiamento alla legge televisiva, e la Legge Gasparri, fatta ad hoc, porta la firma di uno dei suoi. E tutto questo, al di la di ogni ideologia o preferenza politica, così come per il mondo del calcio ne ho scritto al di là di ogni pregiudiziale di tifo calcistico, vsa detto a chiare lettere e senza mistificazioni.
“Le vittorie della Nazionale italiana sono uno dei paradossi più affascinanti e strani a cui si possa assistere in questo periodo”. In che senso scusi? “Nel senso che gli azzurri per come li abbiamo visti in campo a Glasgow combattere e vincere, sono lo specchio su cui si riflette l’immagine di un paese che non c’è. O meglio che c’è ma non si vede perché nascosta dietro una classe dirigente incapace, vecchia, immobile”. Inizia così su Repubblica un’interessante intervista all’ex Commissario della Federcalcio, Guido Rossi, colui che volle il Ct Donadoni e lo difese a tutti i costi (così come, peraltro difese Lippi quando tutti lo volevano fuori in seguito allo scandalo di Calciopoli, e poi vinse il Mondiale). Rossi per “classe dirigente” non intende solo quella politica, ma anche quella del calcio, pronta, appena passata l’onda emotiva scandalistica, a rimettere nelle posizioni di comando moltissimi personaggi del vecchio regime. Fa notare anche che il presidente della Federcalcio Abete aveva risposto così a chi gli chiedeva conto dell’operato di Donadoni quando le cose sembravano non andare benissimo: “Non l’ho mica scelto io!”. Ora tutti a salire, come di consueto, sul carro dei vincitori. Io credo che questo posso dirlo: cerca pure su questo blog l’articolo da me scritto in tempi non sospetti, esattamente il 12 settembre del 2006, dal titolo “Io sto con Donadoni”. La Gazzetta di ieri addirittura dava l’Italia favorita per gli Europei. “Un’Italia così non la ferma nessuno”, più o meno il concetto gridato in prima pagina.
La partita con la Scozia ci ha insegnato con grande meraviglia di tutti che si può perdere una gara in casa e una qualificazione europea e chiamare alla standing ovation i propri giocatori a fare il giro d’onore in campo per raccogliere gli applausi. Lo hanno fatto gli scozzesi che ci hanno dimostrato una volta di più come è bello e possibile creare un clima caloroso, spingere al massimo la propria squadra e fare il tifo tutti insieme senza bisogno di portare allo stadio né megafoni, né striscioni (non ce n’erano), né tantomeno fumogeni o… tombini. In Italia invece l’Osservatorio ha deciso che domenica, alla ripresa del campionato, sei partite di serie A su dieci si giocheranno senza i tifosi ospiti presenti. Ma la vera notizia, l’ha data Repubblica di ieri, è che in un incontro tra le delegazioni degli ultras (più o meno rappresentate, ci dice Marco Mensurati, tutte le tifoserie), si sarebbe deciso in una riunione a Milano che domenica nessuna curva, in memoria di Gabriele Sandri, farà cori a sostegno della propria squadra. Ancora una volta quindi, se sarà così, una sparuta minoranza deciderà per tutti. Questa cosa che pochi individui debbano decidere che gli altri cantino o non cantino allo stadio francamente mi lascia uno strascico di rabbia. Credo che saranno in molti a pensarla come me. E non mi meraviglierò se domenica gli stadi avranno più posti vuoti del solito. Le lacrime degli sconcertati bambini che erano presenti sugli spalti di Bergamo due domeniche fa ce le ho ancora negli occhi. Quei ragazzi li abbiamo già persi dagli stadi. Ora prepariamoci a perderne tanti altri. Saranno contenti quelli di Sky.
E' forse venuto il momento di fare un riassunto, almeno della vicenda di croncaca che ha scatenato l'ennesimo sommovimento nel mondo del calcio, dello sport e della vita civile di noi tutti. La descrizione dei fatti asciutta e completa su quanto sarebbe successo nell'area di servizio di Badia al Pino si trova in un pezzo di Carlo Bonini riportato oggi su Repubblica.it che di seguito riporto, con mio sintetico commento finale. ROMA - Sostiene il Dipartimento della Pubblica sicurezza che, alle 9.15 di domenica mattina, alla stazione di servizio Badia al Pino est, l'agente Luigi Spaccarotella ha volontariamente indirizzato il tiro della sua pistola di ordinanza sulla Renault Scenic su cui viaggiava Gabriele Sandri. Sostiene il Dipartimento della Pubblica sicurezza che i tifosi della Lazio che con Sandri viaggiavano hanno raccontato una storia monca, almeno ad uso pubblico. Erano in nove - otto uomini e una donna - su due macchine. Non in cinque, su una sola auto. E quando il colpo assassino è partito, "Gabbo" non stava dormendo. Perché dai suoi indumenti, nell'obitorio di Arezzo, sarebbero saltati fuori due sassi "verosimilmente" caricati alla partenza da Roma. Con i suoi compagni - sostiene ancora il Dipartimento - aveva appena perso la "preda" di quegli istanti. Cinque romani, tifosi della Juventus diretti a Parma, circondati e aggrediti con coltelli, fibbie, biglie, sassi, ombrelli. Inseguiti fin nell'abitacolo della Mercedes nera classe A con cui erano arrivati all'autogrill seguendo lo stesso tratto di autostrada delle due macchine di laziali. Una Renault Scenic (su cui viaggiava Sandri) e una Renault Clio.
Ieri, al capo della Polizia Antonio Manganelli è stata dunque consegnata da chi, tra i suoi funzionari, ha lavorato all'indagine, quella che viene proposta come "la ricostruzione definitiva" dei fatti che sono costati la vita a Gabriele Sandri. E se è una ricostruzione corretta, l'intera sequenza di quel mattino va riscritta. Per l'omicidio, resta ferma la sola e inescusabile responsabilità di chi ha cancellato una vita, sparando ad altezza d'uomo. L'agente Spaccarotella. Al contrario, vanno raccontate da capo le mosse di tutti gli altri protagonisti di quel mattino. Otto uomini e una donna, si diceva, gli identificati dalla polizia. Gabriele Sandri, la vittima. E, con lui, Marco Turchetti, Francesco Giacca, Francesco Negri, Simone Putzulu, Valentino Ciccarelli, Carlo Maria Bravo, Marco Timperi, Francesca Montesanti.
Partono da Roma alle 6.30 del mattino di domenica, con appuntamento in piazza Vescovio, dove, non più tardi del 22 settembre, un'altra trasferta è stata interrotta dalla polizia. Quella di 60 laziali verso Bergamo, con un borsone carico di coltelli, accette, machete. Non è la prima trasferta che i nove fanno. Con la storia di Bergamo non hanno nulla a che vedere. Le loro identità nulla dicono agli archivi della polizia. Con due sole eccezioni. Quella di Gabriele Sandri (identificato nel 2002 a Milano insieme a una ventina di tifosi armati di cacciavite) e di Marco Turchetti, denunciato il 9 aprile dello scorso anno quando viene pizzicato in un Siena-Lazio armato di coltello.
Anche quella domenica mattina, alcuni dei nove viaggiano con "lame", sassi, biglie, fibbie. Armi buone per il corpo a corpo, che verranno ritrovate in terra, dopo le 9.15, sull'asfalto dell'autogrill Badia al Pino est e che a loro vengono attribuite dalla polizia sulla base delle impronte digitali.
Le macchine sono due. Una Renault Scenic guidata da Marco Turchetti su cui viaggiano in cinque (e a bordo della quale è Sandri). Una Renault Clio, su cui prendono posto in quattro. Alle 9, le due macchine entrano nell'area di servizio Badia Al Pino est e si parcheggiano in un punto riparato, vicino alle pompe di benzina. In sosta è anche una Mercedes nera classe A su cui viaggiano cinque ragazzi romani, dello "Juventus club Roma". Vanno a Parma, probabilmente non da soli, dal momento che la polizia sta cercando una seconda macchina (che comunque non si fermerà all'autogrill di Badia Al Pino). I laziali sostengono a verbale di riconoscerli come tali perché uno di loro ha una felpa con su scritto Juventus. Un altro perché li sente parlare tra loro di calcio ("Speriamo che oggi la Lazio ci faccia un favore battendo l'Inter").
Sono ora all'incirca le 9 e, sempre a stare alla ricostruzione della polizia, i 5 juventini (identificati e ascoltati in questi giorni), entrano nell'autogrill per un caffè. Fuori, i nove laziali si travisano, si armano e si preparano a quello che il Viminale definisce un "agguato". Che scatta quando dal bar escono i primi tre dei cinque juventini. Nove contro tre. Nove armati, contro tre disarmati. La colluttazione dura pochi istanti. I tre fuggono verso la Mercedes, raggiunti dagli altri due che abbandonano precipitosamente il bar. La furia dei laziali si abbatte sulla Mercedes. Quando la polizia fermerà la macchina (circostanza volutamente taciuta in questi giorni di indagine), ne trova i segni. Il lunotto anteriore è sfondato, come quello posteriore destro. La carrozzeria rientrata in più punti.
Sull'altra corsia, nella stazione di servizio che fa specchio a Badia al Pino, l'agente Spaccarotella, richiamato dal rumore e dalle grida, intercetta la sequenza mentre sta controllando i documenti di tre ragazzi sorpresi in possesso di coltelli. Non sono tifosi, ma frequentatori di centri sociali (che, come gli altri presenti, testimonieranno su quegli istanti). La sirena azionata da uno dei colleghi di Spaccarotella, interrompe la furia dei laziali. Dice di "essersi messo a correre" per avere una visuale migliore sulla rampa di uscita dall'autogrill sul lato opposto. Vede allontanarsi prima la Mercedes, quindi la Renault Clio. Forse spara allora il primo colpo in aria. Quindi, decide di puntare l'arma verso l'ultima macchina che si sta allontanando, la Scenic con a bordo Sandri. Spaccarotella sostiene di aver "brandeggiato" l'arma in direzione dell'auto intimando l'alt e, in quel momento, di aver sentito partire il colpo ("Avevo il braccio destro teso e la mimica di chi vuole fermare qualcuno in fuga"). Il Dipartimento non gli crede. Non crede al "brandeggiamento" dell'arma. Crede al cortocircuito di chi vede sfuggire l'ultimo dei bersagli e tenta di arrestarne la corsa con un colpo impossibile. Che diventa volontario e omicida. (Repubblica.it, 16 novembre 2007). Questa la descizione dei fatti. Se sarà confermata l'unico commento è che sia stata una tragica fatalità, però se in Italia non ci fosse la contrapposizione tra tifosi che ho già precedentemente descritto in altri pezzi forse tutto questo non sarebbe successo. E, ferme restando le esponsabilità del poliziotto che saranno poi valutate definitivamente in sede di giudizio, il funerale da martire, per partecipazione e attenzione avuta, per il tifoso ucciso, traggo ora (non me ne voglia la famiglia della vittima), conferma la prima impressione che avevo avuto: mi pare sia stato eccessivo. Sarebbe meglio da parte di tutti a maggior ragione da ora in poi su questa vicenda un pietoso e definitivo silenzio.
Di Admin (del 16/11/2007 @ 09:42:50, in SPORT, linkato 353 volte)
Alle 7.10 ora italiana un errore di Cassandra Busse ha regalato all'Italia il quarto punto del primo set nella sfida contro gli Stati Uniti : e' trionfo azzurro alla Word Cup.
Conquistati i 4 punti che servivano per la matematica, l'Italia di Massimo Barbolini dopo la qualificazione alle Olimpiadi e' quindi anche ufficialmente la vincitrice della Coppa del Mondo 2007, competizione che entra per prima volta nella storia azzzurra in bacheca.
Di Admin (del 15/11/2007 @ 15:00:26, in SPORT, linkato 334 volte)
Dai motori e dal volley ci arrivano due boccate d'ossigeno per farci rspirare aria pura sportiva dopo il piombo ingurgitato in questi giorni. In ordine di tempo c'è stata la due giorni di test di Michael Schumacher a Barcellona sulla Ferrari senza il controllo di trazione. Il tedesco si è presentato in ottima forma per effettuare i collaudi e non solo ha messo in fila nella graduatoria dei tempi tutte le altre macchine, McLaren compresa, e l'altro (collaudato) collaudatore della Ferrari, Luca Badoer. Ma si è permesso il lusso di avvicinare fino a sfiorare il tempo record del circuito fatto dal pilota titolare Felipe Massa quest'estate, in condizioni climatiche molto più favorevoli e soprattutto con la macchjina di dotata del controllo di trazione elettonico, che dal prossimo anno sarà vietato per regolamento. Quando si diece che un campione non perde la sua classe cristallina. L'atra impresa è delle ragazze del volley femminile. Dopo il titolo europeo conquistato quest'estate sono arrivate alle fasi decisive della Coppa del Mondo dove hanno messo a segno un filotto di dieci partite vinte consecutive. Hanno battuto per 3-0 il superBrasile e poi con lo stesso stratosferico punteggio anche Cuba, garantendosi così la qualificazione alle Olimpiadi di Pechino. Domani giocheranno la finalissima per la Copppa. Anche in vista dell'appuntamento olimpico queste Belle e Brave vanno seguite sin da adesso, per non salire poi sul carro del vincitore solo all'ultimo momento.
La prima sconfitta della Fiorentina dopo 21 risultati utili consecutivi è maturata proprio nel giorno in cui in curva Fiesole sono volati i cazzotti e i dissidi e una minoranza ha imposto al resto del pubblico di non incitare la squadra tentando di far inveire la gente contro lo Stato, la Polizia e le forze dell’ordine. Non per niente si sono dimessi dal loro ruolo di “capi storici” della tifoseria viola Marzio Brazzini e Stefano Sartoni. Questo apre scenari tutti da scoprire su quello che succederà tra il tifo viola. Quello che è certo è che mai come stavolta su blog e siti internet specializzati si è manifestato un netto rifiuto da parte dei tifosi della Fiorentina ad essere "guidati" e "rappresentati" da qualcuno. Il motto più frequente è: "non ho bisogno di nessun capo, mi basta quello che ho attaccato al mio collo". E se la fine di certe leadership porterà il tifo viola verso una deriva anarcoide e sovversiva questo lo vedremo. Sarà anche la società (e forse anche le stesse istituzioni comunali) che dovrà vigilare. Magari i viola avrebbero perso lo stesso (prima o poi doveva succedere e poi è giusto che la squadra non si trovi un alibi di comodo) contro la lanciatissima e sottovalutata Udinese. Resta però il rammarico e la curiosità di sapere se l’uomo in più caratterizzato dalla consueta spinta dello stadio Franchi avrebbe potuto evitare che la squadra viola uscisse dal prestigioso “Club degli immortali”, come l’ho chiamato, ovvero di quelle squadre che in Europa non hanno ancora mai perso quest’anno tra campionato e coppe. Anche se il momento non si presta troppo a simili frivolezze, ma dal momento che l’ho seguito fin qui e dal momento che questo può contribuire (facendoci mettere il naso fuori dei nostri canforati e maleodoranti confini) a stemperare il clima cupo consentendomi di parlare di sport vero, di sport giocato, andiamo a vedere quello che è successo. Dal club è uscito anche il Bayern Monaco di Luca Toni che ha perso per 3-1 in casa dello Stoccarda, formazione che milita a metà della classifica della Bundesliga, e che ha praticamente chiuso la partita sul 3-0 già nel primo tempo. Inutile il gol di Toni all’86’. Nel “club” delle grandi europee restano quindi solo l’Arsenal che ha regolarmente battuto nel posticipo di lunedì in trasferta il Reading per 3-1, e i portoghesi del Vitoria Setubal, che hanno battuto in casa per 3-1 l’Academica Coimbra e che condividono l’imbattibilità (ma solo in campionato) con Porto e Benefica. Poi ci sono le altre tre squadre “minori” del Club. Rimangono tutte in lizza, anche se il Partizan Belgrado nel campionato serbo ha rischiato in casa col Cukaricki Belgrado e ha pareggiato lo 0-1 iniziale solo al 90’ con un rigore trasformato da tale Juca. In Polonia vince facile, per 3-0, il Wizla Cracovia (che sta dominando il campionato) in casa sul Dyskobolia e nella lontana e selvaggia Azerbaijan l’Olimpik Baku vince in trasferta per 0-1 sul Karvan Elakan e si mantiene al primo posto della classifica. Sono quindi cinque ancora le "immortali": Arsenal, la più blasonata, il Vitoria Setubal, il Wizla Cracovia, il Partizan Belgrado e l’Olimpik Baku. Le seguiremo ancora.
Stavolta non partecipo. Si scateneranno i dibattiti, si dirà che la morte di un tifoso non è uguale a quella di un poliziotto. Verrà attaccato il Governo, si scanneranno fra le varie fazioni politiche in tv. Stavolta non voglio partecipare e non voglio immettere nel circuito dell'informazione altre parole che inevitabilmente si trasformeranno, loro malgrado, in retorica. www.carlocarotenuto.it si ferma per un po'. Sto alla finestra. Stavolta non partecipo. Stavolta prevalgono Il Bianco e il Silenzio.
Non mi interessa più di tanto il fatto che le squadre di Serie B protestino perchè vogliono più soldi dopo l'apporvazione da parte del governo del decreto che disciplina la ripartizione dei diritti televisivi per le società di calcio. Mentre vedo invece che la cosa occupa molto spazio sui giornali. Non si vede in tv la serie B. Pazienza. Il punto secondo me è un altro. Il governo (in maniera secondo me molto passiva e senza alcuno spirito critico) ha recepito praticamente in toto le indicazioni della Lega Calcio in materia di ripartizione dei diritti televisivi. Atteggiamento passivo e prono verso le grandi lobbies del pallone. La ministro Melandri si dichiara entusiasta (“Il calcio di modernizza”). Ruggiero Palombo in un fondo sulla Gazzetta dello Sport dal titolo eloquente (“Ad armi un po’ più “pari”” con il pari tra virgolette) riassume dicendo “le grandi ci rimettono relativamente poco, le medie si consolidano, le piccole riducono la forbice in termini ragionevoli, intorno al 4-1”. Avevo già parlato dell’esito della precedente assemblea di Lega che aveva “partorito” questo classico “papocchio” all’italiana per che ha stabilito i criteri con cencellica mentalità e con parametri ridicoli, come, per esempio, prendere in considerazione i risultati sportivi dal dopoguerra ad oggi oppure considerare anche il numero di abitanti delle città rappresentate dalle squadre. Su La Nazione Riccardo Galli ha scritto un pezzo dal titolo “Fiorentina , delusione e rabbia. Soltanto un milione di euro in più” con occhiello “Ancora penalizzata la società viola”. “In casa Fiorentina – scrive – (in attesa di dichiarazioni ufficiali, probabilmente per bocca di Della Valle) si tende a puntare dritti su un paio di concetti”. Primo, che la società sapeva che i suoi introiti non sarebbero cambiati. Secondo, vuole chiarimenti su come vanno conteggiati gli abitanti (per esempio) di Roma: sei milioni. Valgono sia per la Roma e altrettanti per la Lazio o nel conteggio se li dovranno spartire? Giusto dubbio. Ma la società viola, ribadisco, perché non era presente al momento in cui si decideva? Quello che è comunque più grave di tutta la vicenda è che il Governo nel suo decreto ha voluto reintrodurre il quorum di votazione per le decisioni della Lega calcio con la maggioranza dei due terzi. Ovvero per fa passare gli accordi è necessario che siano d’accordo almeno 15 società su 20 e non il più democratico criterio della maggioranza semplice (11 su 20). In questo modo le “grandi” tornano ad avere il bastone del veto in mano: se per esempio Juve, Inter, Milan, Roma e Napoli non accetteranno, come già successo, una proposta di tutte le altre, basterà che si trovino un altro alleato, magari estemporaneo, per bloccare tutto. E la paralisi sarà assicurata. Il presidente del Palermo Zamparini tuona, col suo consueto stile sobrio e raffinato: “Fra un po’ la Melandri ci dirà dove andare a fare la pipì e la popò”. Ma il punto, lo dicevo all’inizio, resta un altro. La serie B non si vede in nessuna tv e si lamenta. Sulla Gazzetta di oggi c’è anche una lettera di un giornalista del Tg2, Umberto Gambino, che si lamenta di questo e dice “Non voglio vivere nell’Italia di serie B”. Ma il problema non è la serie B. Il punto è che si vede solo il calcio. Lo stesso presidente del Coni Petrucci pare alla fine (molto alla fine…) essersene accorto. In estate, solo per citare un episodio recente, erano stati i nostri “emigrati di lusso” del basket Belinelli e Bragnani a sottolineare che gli Europei di basket erano stati praticamente ignorati dalla Rai. Petrucci se l’è presa in queste ore sull’oscuramento totale da parte della Rai sul Mondiale dilettanti di boxe (con l’Italia seconda nel medagliere finale), sulla mancata diretta di Italia-Polonia, partitissima di World Cup della pallavolo femminile con l’Italia recente campione europea, e sulla mancata trasmissione delle gare di sci (trionfo di Denise Karbon a Solden). “Potremmo riconsiderare il nostro rapporto sulla Rai anche per quanto riguarda le Olimpiadi” prova a minacciare Petrucci. Massimo De Luca, responsabile della testata sportiva della Rai, ribatte piccato: “Dispiace constatare come il Coni non si accorga delle tante ore di trasmissione che la Rai dedica agli eventi sportivi”. E snocciola cifre: 74 per i Mondiali di atletica, 85 per i Mondiali di nuoto, 46 gli Europei uomini e donne di volley e di basket, 9 ai Mondiali di ginnastica, 11 a quelli di scherma. Il punto però, e in pochi sembrano veramente capire il problema, non sono le ore di diretta. Quelle in ogni caso le guarda colui che è già appassionato di tali discipline e non servono a incrementare la cultura sportiva dei cittadini. E’ inutile che la Rai ci propini ore e ore di dirette (vedi le grandi nottate per l’atletica dal Giappone) se poi non è in grado di trovare spazio per queste discipline (per cui comunque ha speso in attrezzature e personale e giornalisti da mandare in trasferta) nei telegiornali o nelle rubriche sportive, vedi Domenica sportiva o altro. Che continuano a essere appiattite sui dibattiti e moviole sulla serie A di calcio e poco più. Questo è essere un Paese di serie B, caro Gambino, non tanto se la serie B di calcio è trasmessa o meno. A me piacerebbe un Paese dove tutte le discipline di serie A, maschili e femminili, almeno nei telegiornali e nelle rubriche del servizio pubblico, abbiano la stessa parità di trattamento. Per dare l’opportunità ai cittadini di vederle, poterle apprezzare e appassionarsi. Per chi vuole, di calcio ce n’è (come è giusto) comunque sempre tanto.
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