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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Anche stavolta abbiamo atteso ore per sapere uno straccio di verità sul tifoso del Parma rimasto ucciso all'autogril, oggi intorno alle 13. Alle 19:19 Repubblica.it pubblica. Gli juventini: "Siamo stati aggrediti con spranghe e bottiglie". I tifosi della Juve raccontano che prima dell'investimento alla Crocetta, sono stati aggrediti da una cinquantina di gialloblu: "Cento contro dieci con spranghe e bottiglie. Da lontano ci tiravano bottiglie. Siamo scappati sul pullman. L'autista era preoccupato; è partito con le portiere ancora aperte. Due bottiglie di birra sono scoppiate dentro il pullman: un paio di ragazze sono rimaste graffiate dalle schegge di vetro. Nel partire, quel ragazzo ci ha tagliato la strada e l'autista l'ha colpito con lo spigolo sinistro del pullman". Ma perchè non vi siete fermati subito? ha chiesto un cronista ai tifosi juventini. "Perchè se no ci ammazzavano". E poi non ditemi, come ho sentito, che è stato un normale incidente stradale, e che il calcio non centra nulla.
Ancora argomento requisitoria dei pm Narducci e Beatrice al processo per Moggiopoli. Dario Del Porto su Repubblica alle considerazioni pubblicate sulla Gazzetta e su altri giornali aggiunge quanto segue. L’organizzazione configurata dall’indagine perseguiva, secondo i pm, “le finalità immediate della società di cui Moggi era tra i maggiori rappresentanti”, e cioè la Juve. Ma poi, ha detto ancora Narducci, a queste finalità partecipavano “altre squadre e altre società”: anche alcune “che in realtà hanno i soldi come la Lazio di Lotito e la Fiorentina dei Della Valle”. “Certo – ha rimarcato il pm – la difesa di Lotito potrà obiettare che il presidente della Lazio (come i Della Valle, ndr) non è accusato di far parte dell’organizzazione. Ma quando la Lazio di Lotito si salva e resta in A è il presidente federale Carraro che, all’inizio del girone di ritorno, al telefono dice: “Vediamo come dobbiamo metterci, ma Lazio e Fiorentina bisogna salvarle”. E questo accade nella misura in cui l’organizzazione di Moggi e Giraudo lo permette”. Drio Del Porto ci informa anche che intanto quattro degli imputati (l'ex presidente dell'Aia Lanese, gli arbitri Rocchi e Dondarini e il guardalinee Griselli) hanno chiesto il rito abbreviato, ovvero si dichiarano colpevoli e puntano a uno sconto della pena. Il 13 maggio il giudice per le indagini preliminari deciderà se rinviare a giudizio gli altri 33, 16 dei quali devono rispondere di associazione per delinquere. "Ipotesi che, alla luce delle considerazioni esposte nella discussione, appare alla procura addirittura "un po' stretta"."
La cosiddetta "cupola", l'organizzazione capeggiata dall'ex dg della Juve Luciano Moggi che avrebbe condizionato i campionati di calcio, è per molti aspetti simile alla P2 e alla mafia. Questa l'opinione del pm di Napoli Giuseppe Narducci, che con il pm Filippo Beatrice, ha svolto oggi la sua relazione all'udienza preliminare, davanti al gup Eduardo De Gregorio che dovrà pronunciarsi sulle richieste di rinvio a giudizio nei confronti degli imputati per Calciocaos.
SEGRETEZZA - Per il pm infatti la norma dell'articolo 416 del codice penale (il reato di associazione per delinquere contestato a Moggi e agli altri presunti appartenenti alla "cupola") "sta un po' stretta" in questa vicenda. "C'è qualcosa - ha spiegato Narducci - che ricorda più un'associazione segreta, una organizzazione che fa del vincolo della segretezza il suo dato essenziale" le cui finalità "non si esauriscono nella commissione di uno specifico reato". Secondo il magistrato essa "ricorda quanto previsto dall'articolo 1 della Legge Anselmi, una legge pensata in funzione della P2", che esercita "un condizionamento delle istituzioni pubbliche". L'organizzazione inoltre "può ricordare i profili di una associazione di tipo mafioso: è stata infatti una organizzazione strutturata in cui il vincolo associativo non solo era intervenuto e si era determinato nell'accordo, ma veniva ulteriormente rinsaldato".
INCONTRASTATI - Il pm Narducci non condivide la tesi di "più reticoli" ma parla dell'esistenza di "una sola, potente organizzazione criminale" contro la quale "nessuno ha potuto competere". E per sottolineare il potere di Moggi ha ricordato quando il ministro dell'interno in carica si rivolse al dg della Juve, in occasione della morte di Giovanni Paolo II, per valutare l'opportunità della sospensione del campionato. Il pm Beatrice si è soffermato in particolare sui singoli capi di imputazione. Nel suo intervento il pm ha parlato di "commissione anticipata" del reato di frode sportiva: perché tale reato si concretizzi - ha, in sintesi, osservato Beatrice - non serve dimostrare che l'illecito sia portato a conclusione, ma è sufficiente stabilire l'esistenza di contatti o accordi tra le due parti coinvolte. Ciò in quanto il bene tutelato da tale reato è quello della "lealtà sportiva". Fonte: Gazzetta.it
Mi resta difficile evitare di soffermarmi su quanto è stato pubblicato da Repubblica in questi giorni. Da lunedì, poi ieri e ancora oggi, paginate intere con gli atti, le testimonianze e gli interrogatori del processo ai 45 rappresentanti delle forze dell’ordine (carabinieri, polizia, guardie carcerarie, personale medico) che tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001 durante i giorni del G8 di Genova torturarono letteralmente oltre trecento persone prese più o meno a caso tra i manifestanti, italiani e stranieri, e praticamente tutti alla fine scagionati da qualsiasi ipotesi di reato commesso. I fatti della caserma di Bolzaneto erano noti, ma leggerli descritti così nel dettaglio dà un colpo al cuore. In Italia in quel frangente e in quei giorni la civiltà è stata sepolta. Solo per fare qualche esempio ( che comunque non renderà la globalità e la brutalità complessiva del clima) per chi non ha letto: botte sistematiche, offese, teste e corpi schiacciati contro i muri (lordati di sangue evomito), mani aperte in due divaricando le dita, medici che ricuciono tagli senza anestesia, gente colpita mentre è in bagno a espletare i propri bisogni fisiologici (rigorosamente con la porta aperta), umiliazioni morali di ogni tipo, capelli tagliati per spregio, gente denudata, fatta inginocchiare e colpita in tutti i modi possibili, manganellate sui testicoli, a gente inerme o in ginocchio, uomini e donne costretti a mettersi in fila nudi, esaminati come nemmeno gli animali, e poi inondati da commenti truci e volgari, chiamati sprezzantemente con gli appelli di “comunisti”, “checche”, “troie”, “ebrei” e via via tutto il campionario, e poi costretti a inneggiare al fascismo, a fare il gesto del saluto romano, a cantare canzoni fasciste, a sentirsi urlare in faccia frasi tipo "se non fai quello che ti diciamo non rivedrai più i tuoi figli" oppure "tanto con Berlusconi al Governo noi possiamo fare tutto" e tanto e tanto altro. Torture che nemmeno forse in Iraq, in Argentina, in Cile, a Guantanamo. Fa specie ulteriore sapere che per gli imputati la probabilità più che certa è che non sconteranno un giorno di carcere per via della prescrizione, che non subiranno sanzioni amministrative, nessuna nota caratteriale, nessuna sospensione dal servizio. “Se si scoprirà che ci saranno colpevoli, saranno puniti”, disse l’allora ministro Fini. Ma il nostro Paese non prevede nemmeno nel suo codice penale il reato di tortura. Di fronte al racconto di questi accadimenti, molte altre cose passano in secondo piano. In questi giorni, peraltro, in tv è stato ritrasmesso il film sul giudice Borsellino che insieme a Falcone e al suo staff combatteva la mafia. Nel dibattito susseguente veniva ribadito a chiare lettere come apparati dello Stato e servizi segreti deviati con altissime probabilità furono collusi con i mafiosi che li uccisero facendo strage delle rispettive scorte, fornendo anche assistenza negli apparati logistici, per esempio il sistema che intercettava le telefonate del giudice. E anche lì la verità non è emersa nella sua completezza. Nonostante i processi non si è ancora individuato chi dei dodici imputati schiacciò materialmente il telecomando che fece saltare in aria la 126 carica di esplosivo che fece strage in via D'Amelio. L'ex ministro Mancino ancora "non ricorda" se incontrò Borsellino nelle ore precedenti alla sua morte. In questi giorni poi si è rievocata anche (per la ricorrenza dei 30 anni trascorsi) la vicenda del rapimento da parte delle Brigate Rosse dell'onorevole Aldo Moro. E anche lì si sguazza in apparati dello stato deviati e ambigui e in una verità che non è mai completamente emersa. Fa specie sapere di vivere in un Paese così. Ti prende un groppo alla gola.
Di Admin (del 12/03/2008 @ 23:22:05, in CALCIO, linkato 285 volte)
La Fiorentina passa il turno ai rigori contro l'Everton e accede ai quarti di finale di Coppa Uefa. Euforia, felicità, gioia legittimi da parte dei tifosi viola presenti al Goodison Park e di tutti quelli che sono rimasti a Firenze e hanno seguito l'evento tramite tv o radio. C'è però da dirlo; nonostante il successo finale. La Fiorentina (e il calcio italiano) hanno preso un'autentica lezione di calcio. Durante i 125 minuti in cui si è giocato i viola si sono affacciati dalle parti del portiere dell'Everton solo un paio di volte. Gli inglesi, al contrario, hanno attaccato con intensità e continuità dall'inizio alla fine. Sostenuti dal calore del proprio pubblico e da una furia agonistica e da una velocità impressionanti. Proprio quello che avrebbe dovuto fare l'Inter (che partiva dallo stesso 0-2 da rimontare, come l'Everton) contro il Liverpool. Si è giocato a calcio, senza pause, senza manfrine, senza buttar fuori la palla quando l'avversario è a terra, senza reclamare per ogni presunto fallo che l'arbitro non fischiava. Noi siamo abituati a tutto questo. La Fiorentina ha faticato quasi costantemente a contrastare certi ritmi e certa intensità. Non è un caso che l'Inghilterra ha tutte e quattro (su otto)le squadre qualificate ai quarti di finale di Champions League. Il calcio italiano in ogni caso, con Roma e Fiorentina, è ancora presente in entrambe le competizioni europee e può continuare a giocarsela. Non è poco. E la lezione subita dai viola stasera potrà servire come vaccino per il futuro.
Di Admin (del 12/03/2008 @ 12:49:18, in CALCIO, linkato 272 volte)
Roberto Mancini: “L’ho detto ai ragazzi. A fine stagione lascio”. Il tecnico dell’Inter (che sembra tra l’altro vicino ad accordarsi con il Chelsea) lo ha detto a fine gara, dopo l’eliminazione dell’Inter. Si stanno sprecando pagine di giornali e di righe web sull’argomento. Una sola breve cosa credo di dover aggiungere. Due indizi fanno una prova che il tempo di Mancini nello spogliatorio dell’Inter è finito. Luis Figo viene fatto scaldare a lungo (come è abitudine del tecnico), poi l’Inter subisce l’espulsione di Burdisso, subisce anche il gol del vantaggio del Liverpool che compromette la qualificazione. A questo punto Mancini si decide, fa chiamare a gran voce Figo da Mihailovic (il tecnico in seconda), Figo gli si rivolge e dice qualcosa tipo “mi fai scaldare un’ora e poi mi metti a risultato compromesso”, Mancini con gesti eloquenti (ripresi dalle telecamere personalizzate Rai) a quel punto gli fa cenno che si può risedere in panchina. Quello che è forse ancora peggio e che nel dopopartita Mancini cerca di negare pateticamente l’accaduto dicendo che “no, nessuno si è rifiutato di entrare in campo, semplicemente ho cambiato idea dopo il gol subito”. Poi c’è Viera, uno dei peggiori in campo, che viene sostituito e (con l’Inter che comunque sta cercando una sia pur platonica rimonta) se ne esce a passi estenuantemente lenti dal campo in polemica (probabilmente con l’allenatore, e chi se no) senza alcun rispetto, oltre che per l’allenatore, anche per il pubblico e per i compagni. Questo è quello che tutti abbiamo visto. Altri eventuali problemi di spogliatoio, caratteri difficili e “da smussare” e cose di questo tipo non mi interessa nemmeno approfondirli (e non li conosceremo mai, come sempre). Ma da quello che è alla luce del sole (compreso il corollario che ovviamente una società in cui avvengono queste cose ha sicuramente qualche problema di gestione) è evidente che l’allenatore (bravo o scarso che sia) fa bene a lasciare, se ha una dignità. Anche se a volte la dignità non è tutto, soprattutto nel mondo del calcio. Vedremo.
Di Admin (del 12/03/2008 @ 12:46:33, in CALCIO, linkato 267 volte)
Pietro Lo Monaco, amministratore delegato del Catania Calcio, ovvero come predicare bene e razzolare male. Dopo i fatti che portarono alla morte dell’ispettore Raciti aveva spergiurato con tanto di lacrime che avrebbe lasciato il calcio a fine stagione (“Se questo è il calcio e questi i suoi tifosi, non mi ci riconosco più”). Poi non solo è rimasto al suo posto ma in questi giorni è stato anche deferito dalla Disciplinare “per aver contribuito nel corso della stagione 2006-2007, attraverso il rilascio gratuito di abbonamenti, al mantenimento di gruppi organizzati di tifosi”. “All’indomani del 2 febbraio – scrive la Gazzetta – giorno del derby Catania-Palermo e degli scontri allo stadio Massimino culminati con la morte dell’ispettore Filippo Raciti, la Procura di Catania ha verificato in seguito a una serie di perquisizioni nei club di tifosi organizzati come l’a.d. Lo Monaco abbia rilasciato in tutto 250 abbonamenti con la dicitura “tessere di servizio” a tifosi appartenenti a vari gruppi ultrà (i quali ottennero una tessera omaggio per ogni 100 abbonamenti acquistati”. “Il dirigente – conclude la rosea - rischia un provvedimento disciplinare (dall’ammonizione alla radiazione), la società un’ammenda fino a 50mila euro”. La mia previsione personale? Non succederà nulla.
Di Admin (del 07/03/2008 @ 22:03:02, in CALCIO, linkato 285 volte)
In un paese in cui il figlio di Totò Riina, boss mafioso conclamato, gira indisturbato per il paese con il suo piumino di marca indosso, in giro per pasticcerie, scarcerato per decorrenza dei termini e ci si scandalizza il giusto, fa scalpore ma forse anche meno specie che un arbitro, Bergonzi, per qualche, presunto, errore di troppo nella sfida tra Napoli e Juventus sia costretto a vivere per due settimane in una località diversa da quella abituale e sotto scorta. Le buste di proiettili che arrivano periodicamente a Collina, il designatore, contestato anche sugli spalti di alcuni stadi nei quali va a vedersi le partite, fanno parte del quadro clinico. Grave. E anche se è chiaro che in questo Paese NON normale il calcio smuove le coscienze quanto e forse più di una tragedia sul lavoro o di ingiustuzie sociali e civili conclamate e prolungate è comunque certo che il clima è esasperato. E il messaggio che dovremmo dare almeno noi che di queste cose parliamo da radio e tv o scriviamo lo riprendo dalla scena in cui nel film "Non ci resta che piangere", Massimo Troisi (Mario) e Roberto Benigni (Saverio) scrivono l'esilarante lettera a Savonarola: "Diamoci (tutti) una calmata". Abbassiamo i toni e smettiamo di fare i processi agli arbitri ad ogni piè sospinto. A cominciare dalle telecronache in diretta delle partite dove i commentatori aspettano prima di dare un giudizio, guardano il replay, magari più di una volta e da diverse angolazioni, e poi sparano la sentenza: "Era un rigore clamoroso". E le repliche all'infinito, con relative sentenze e verdetti, proseguono nelle miriadi di trasmissioni che seguono. L'ho lanciata anche durante la mia partecipazione come ospite nel programma del lunedì condotto da Marco Corsi su Rtv 38: dovremmo giudicare l'operato dell'arbitro solo dalle immagini a velocità normale. E cominciare a far capire a chi ascolta o guarda che l'arbitro è sogetto ad errori, come e quanto un giocatore o un allenatore. Diamoci, tutti, una calmata.
Erano 68 i precedenti in serie A a Torino tra Juventus e Fiorentina, e i viola avevano vinto solo cinque volte. L’ultima di queste il 15 maggio 1988, quasi venti anni fa, con i gol di Di Chiara e Roberto Baggio. Gobbi, che ha aperto le marcature nel 2-3 di oggi, ha segnato il suo primo gol stagionale in viola, il sesto in carriera, e , come riferisce il buon Roberto Vinciguerra, è il 17esimo giocatore viola ad andare a segno in questa stagione, il 12esimo per quanto riguarda il campionato (14 erano stati i giocatori andati a segno lo scorso anno in campionato). La Fiorentina ora è quarta a 47 punti, gli stessi che ne aveva sommati a questo punto della stagione lo scorso anno. A un solo punto dal terzo posto della stessa Juve, che quest’anno in casa aveva subito solo 4 reti e oggi ne ha prese altre tre tutte insieme. E’ anche l’ennesima rivincita per Corvino. In gol dopo Gobbi infatti sono andati Papa Waigo e Osvaldo (subentrati a partita in corso). Il direttore generale nella vibrata conferenza stampa che aveva tenuto al termine della sessione di mercato di gennaio aveva esposto con tanto di fogli alla mano la nuova identità della rosa viola: via alcuni giocatori scontenti (Pazienza, quello che si lamentava perché non era stato nemmeno inserito nell’album della Panini, e Balzaretti, che a Palermo in effetti gioca con continuità come del resto si merita) su tutti. Davanti, spiegava Corvino, tre giocatori per ognuno dei tre ruoli d’attacco. Sembrava un organico troppo sbilanciato in avanti, ma in realtà tutti sono già risultati utili alla causa.
Prandelli ha sfatato anche il tabù che era stato costruito prevalentemente dalla stampa in virtù, va detto, dei dati oggettivi e dei numeri, quello che la Fiorentina non riesce mai a vincere con le grandi. C’è riuscito sfatando un’altra Cabala. Che la Fiorentina non andava bene senza Mutu. La rosa invece, come contro il Livorno, sebbene in quella gara i contenuti tecnici erano completamente diversi, si è compattata (“tutti per uno”). Così come aveva deciso di fare dopo la partenza di Luca Toni. Nel calcio spesso 1+1 non fa sempre due. Entrano in gioco altre variabili. Su tutte la motivazione e l’aspetto psicologico. E spesso solo l’allenatore ha il polso esatto della situazione. Chi sta fuori ed emette le sentenze spesso non ha gli elementi sufficienti per farlo. Un concetto che andrebbe sempre ricordato.
Infine una curiosità: Berlusconi prima della partita aveva incontrato i giocatori della Juventus nel ritiro prepartita per spronarli al successo così da dare una mano al Milan (che ha pareggiato 1-1 con la Lazio) nella lotta per la Champion’s. Forse faceva meglio ad andare nell'albergo dei rossoneri. Brutta mossa, anche in chiave politica. Fermo restando che il fondatore di Mediaset sa bene che tanto di voti a Firenze alle prossime elezioni ne prenderà pochi. Quindi aveva poco da rischiare in questo senso con questa mossa.
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