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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Anche se non arriva il clamoroso editoriale del direttore Minzolini, il Tg1non perde il vizio di fare informazione parziale, non credibile e sleale, perché al servizio di una sola parte politica. Non lo guardo quasi mai, ma stasera ci sono capitato. Tre servizi politici su tre si sono chiusi con un’anomala appendice di commento. A senso unico. Il primo: quello sul processo breve ha visto un esperto di diritto che ha conclamato ai quattro venti che la riforma del processo breve è indispensabile per gli italiani, ancora più dei provvedimenti sull’economia. Senza specificare (ovviamente) che se sul fatto che i processi non devono durare a lungo si potrebbe in linea di massima essere anche tutti d’accordo ma non altrettanto sul fatto che la riforma cancelli i processi già in corso (e ovviamente quelli che ancora non è riuscito a evitare l’unico promotore del provvedimento, ovvero il presidente del Consiglio). Naturalmente nessuno che la pensasse in modo diverso è stato mostrato per par condicio al Tg1. Il secondo: quello sulle contestazioni a Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl, che aveva organizzato un incontro pubblico per propagandare i suoi (falsi) diari di Mussolini. Ad appendice del servizio è stato dato spazio allo stesso Dell’Utri che ha lanciato, come suo costume, una serie di invettive verso coloro che non la pensano come lui. Ovviamente nessun esponente dell’opposizione è stato fatto parlare dopo di lui per ribattere nello specifico alle sue accuse. Il terzo servizio: ha riguardato Fini e le vicende della casa di Montecarlo. Fini ha annunciato querele a Libero, per aver pubblicato fatti privi di fondamento e per aver lanciato accuse di rilevanza penale che al momento in realtà non sussistono. Al termine del servizio un commento di un personaggio (che non sono riuscito ad identificare) stigmatizzava il fatto che i politici quando ci sono inchieste scomode querelano. Nessuna controreplica di un legale di Fini o di qualcuno che magari ci sottolineasse il perché sono partite le querele. Basterebbe questo, ma si può aggiungere anche che sebbene nel titolo di apertura (anche se non come prima notizia) si parlava delle polemiche relative alla visita di Gheddafi in Italia, nel servizio non si è fatto nessun accenno alle forti perplessità manifestate dalla Chiesa cattolica (che sono l’elemento principale delle polemiche scatenatesi oggi intorno a questo caso). Come si vede anche se non compare in video la testa lucida e lo sguardo pungente di Minzolini l’informazione del telegiornale numero uno, pagato coi soldi dei cittadini, è semplicemente asservita a una parte sola. E la metà degli italiani (e resto basso) nemmeno se ne accorge.
Da settimane avrei voluto scrivere qualcosa sul momento (politico) che stiamo vivendo in questo periodo ma non ho trovato la forza (sconfortato) per rifarmi da una parte. L'editoriale che esce su Famiglia Cristiana (anticipato dall'Ansa) mi viene in un ottimo soccorso. Scrive: ''Il Paese che si avvia a celebrare l'unita' d'Italia e' stufo di duelli, insulti e regolamenti di conti - si legge nell'editoriale del numero in uscita domani -. Una politica responsabile, che miri al bene comune, richiederebbe oggi, da tutti, un passo indietro, prima che il Paese vada a pezzi, e un'intesa di unita' nazionale (e solidale) che restituisca ai cittadini il diritto di eleggersi i propri rappresentanti''.
''Non piu' comparse da soap opera, ma persone di provata competenza e rigore morale'', aggiunge il settimanale dei Paolini.
''Disfattista non e' chi avverte il pericolo e fa appello al senso etico, ma chi e' allergico al rispetto di regole e istituzioni'' scrive Famiglia Cristiana nell'editoriale contro ''La politica degli stracci'' e l'uso dei dossier per ''polverizzare gli avversari''.
''La clava mediatica (o il 'metodo Boffo') contro chi mette a nudo il re - vi si legge - e' un terribile boomerang, in un Paese che affoga in una melma di corruzione, scandali e affari illeciti''.
2010-08-17 20:58
Viviamo condizionati. Quando avevo facevo atletica (ormai sono passati quasi due lustri) talvolta ci ritrovavamo alle una del pomeriggio al campo nei mesi di luglio e agosto, se dovevamo effettuare delle prove veloci da fare in modo particolarmente brillante. Il corpo e i muscoli sim imbevevano del sole e del caldo, la resa era massimale, e ho ancora addosso la sensazione di quei tuffi di benessere. Naturalmente fra una prova e l’altra (preciso) avevamo anche un po’ d’ombra per recuperare, non andavamo a rischiare l’insolazione! Ora io non dico che tutti debbano avere le mie preferenze e i miei gusti (ci mancherebbe) ma al giorno d’oggi sembra che l’estate la si voglia cancellare dalle stagioni. Parlo dell’aria condizionata che ci pervade in tutti i luoghi. Non fai in tempo a realizzare che davvero dopo tanta attesa è arrivata finalmente questa benedetta estate che già dopo due giorni non c’è posto dove tu vada che non ha l’aria condizionata accesa, magari al massimo. Il freddo ti entra nelle ossa, le vie respiratorie si disseccano. Non è più vita. Sembra davvero che non ci sia più nessuno che si gode “la bella stagione”. Oltretutto con aggravio di inquinamento e costi per la collettività. Ma io dico a tutti voi: se è estate fa caldo ed è naturale che faccia caldo. “Perché privarsi di questa gioia”, come direbbe anche Il Piccolo Principe di Exupery.
Il ministro Bondi ha detto che a Cannes non andrà proprio perchè c'è in concorso il film della Guzzanti, ma Draquila, qualunque sia l'orientamento politico che ognuno ha, è un film di grande qualità giornalistica, una meticolosa inchiesta a 360 gradi che scorre bene anche come storia. Ci mostra tutto quello che l'informazione la tv (nè di Stato, ovvero dei politici, nè privata, ovvero del Presidente del Consiglio) non ci hanno mostrato nell'ultimo anno. Un film che probabilmente vedrà tutto il mondo, che magari vincerà anche la Palma d'oro e che magari aprirà gli occhi a diversa gente, magari indirettamente contribuirà a provocare le dimissioni di Bertolaso, visto che ormai il giochino è stato scoperto. L'Italia è stata vicinissimo a diventare una nazione in mano a uno solo, e se questo non è successo lo dobbiamo forse ai giudici della Procura di Firenze. E poi dice "i giudici...", e poi dice "Firenze..."
Solita mistificazione al Tg1: nell'edizione di oggi delle 13 ben DUE servizi sullo "scandalo delle intercettazioni", tra cui un'inviata alla procura di Trani per chiedere al giudice che indaga se è sereno e un'intervista al ministro Angelino Maggiordomo Alfano. Il conduttore Giorgino ci ha tenuto a dire che l'avvocato e parlamentare Ghedini, l'uomo dai due stipendi (uno dei quali glielo diamo noi cittadini per stare in Parlarmento a difendere il premier, e infatti Ghedini è uno dei parlamentari più ricchi, vedi servizio andato in onda poco dopo, il premier ha guadagnato nonostante la crisi e "l'accanimento" contro di sè oltre 8 milioni di euro in più dell'anno scorso) dice che non ci sono fatti di rilevanza penale per Berlusconi. Non una parola sul contenuto delle intercettazioni che rivelano a chi non lo sapeva che lo stesso direttore del Tg1 prende ordini dal premier, il quale voleva cacciare i giornalisti scomodi, tipo Santoro, o se la prendeva con Serena Dandini perchè invitava invece giornalisti scomodi come Scalfari o Mauro. Ma il popolo di internet vigila e sta in guardia.
Non ci credevo, non ci volevo credere. Quando ieri sera sono rientrato, per l’appunto dopo aver visto al cinema Invictus (Nelson Mandela, lui sì uno statista che univa invece che dividere) ho aperto il televideo: sapevo che il Consiglio dei ministri stava progettando un decreto “interpretativo” sulla questione delle liste. “Tanto il Presidente della Repubblica non lo firmerà mai”, mi dicevo prima di uscire. Invece vedo che questo è accaduto. E credo così che si sia toccato il fondo davvero. Come ho già scritto su Facebook già per me tutta la discussione di questi giorni era fuori luogo: non essere in grado di presentare le liste elettorali in tempo o regolarmente è per me già motivo di manifesta incapacità di una classe politica. E’ come se io avessi bisogno di un idraulico, lo chiamo a casa e mi arriva uno senza nemmeno la cassetta degli attrezzi. Lo manderei via di volata. Ma quello che è accaduto ieri sera rasenta il clamoroso. Da ora in poi se mi fermano con la patente scaduta, se voglio espatriare con la carta d’identità o il passaporto scaduto, se mi presento in ritardo a un concorso pubblico con queste premesse potrei anche io (come qualsiasi cittadino) chiedere un decreto interpretativo? E’ la fine dello stato di diritto e molti passaggi mi ricordano quello che sapevo (e che ho rivisto puntualmente proprio l’atra sera su RaiTre al posto di Ballarò) sulla deriva del ventennio fascista che si trasformò in dittatura. Già ci siamo praticamente. Occorre davvero una sollevazione popolare democratica. Non si può più tollerare che una classe politica corrotta continui a fare leggi al solo uso e consumo personale. E anche Fini, se davvero è uno statista vero come si professa, esca dall’equivoco, faccia una scissione, li lasci isolati alla luce del sole questi quattro furfanti, batta davvero un colpo. P.S. Mi dimenticavo: di tutto questo naturalmente non se ne può parlare in tv, perchè i talk show sono stati opportunamente chiusi d'ufficio (mentre il Tg1, quello che "confonde" assoluzione con prescrizione, ne darà una visione non attinente alla realtà).
“Al minimo dubbio di cori razzisti l’arbitro sospenda la partita”. Questo l’ennesimo appello dell’ennesimo ministro dell’interno (in questo caso il leghista e milanista Maroni) emesso proprio ieri in merito ai cori razzisti allo stadio, ultimo caso quelli rivolti a Balotelli. Dal mondo del calcio gli è stato prontamente risposto che non spetta alle autorità calcistiche ma a quelle di pubblica sicurezza una decisione del genere (e così loro se ne sono già lavati le mani). Ma il punto non è quello. Quello che è accaduto a Torino, a margine di Juventus-Milan, in diretta e mondovisione su Sky è l’ennesimo esempio che non viviamo in uno stato di diritto, dove i proclami e le leggi vengono fatti rispettare. Dopo il secondo gol della Juve infatti sugli spalti sono stati appiccati vari fuochi. Come se fosse la cosa più normale del mondo gli spettatori (o tifosi, o in altro modo si vogliano chiamare) hanno continuato a fare la spola tra i loro posti (teoricamente) a sedere e i falò, per alimentarli, a volto scoperto e senza la paura di essere minimamente puniti. Lo stesso hanno fatto mentre lasciavano lo stadio a fine partita. Ora l’uno, ora l’altro, si avvicinavano e zac!, un foglio di giornale qua, un opuscolo informativo là. “Ecco fatto, guarda come piglia bene…”. Come se la parola d’ordine fosse “Fa freddo, scaldiamoci un po’, che male c’è?” Nessuno li ha fermati per dei minuti interi, né un poliziotto, né uno steward. Nessuno li ha bloccati quando sono usciti fuori dallo stadio, nessuno li ha identificati, nessun fermo, nessuna tv ne ha parlato. Perché pare che sia la cosa più normale del mondo se la tua squadra perde dare fuoco a qualcosa come se si fosse in una guerriglia. Finchè ci abitueremo a questo tipo di normalità non basteranno tutti gli appelli del mondo, caro ministro. Rimarremo un pese da terzo mondo.
Pare che in questo Paese si deve sempre muovere il giudice Guariniello (quello, per i distratti, che prese in considerazazione, tra l'altro, le estrnazioni di Zeman e decise di affrontare la questione dell'eecesso di medicinali nel calcio e che scatenò il processo Juve). Ora Guariniello si è accorto, come la maggior parte degli italiani, che ci sono situazioni strane sulle Ferrovie italiane. Ecco cosa scrive La Repubblica di oggi. TORINO - "Roma-Milano" in meno di tre ore, continua a promettere la martellante campagna pubblicitaria di Trenitalia. Ma gran parte dei Frecciarossa in corsa lungo la penisola, nella fase di avviamento della "rivoluzione" dell'alta velocità, non è stata all'altezza delle promesse e degli impegni. E non solo per colpa del maltempo. Lo raccontano i primi dati elaborati nell'ambito dell'inchiesta conoscitiva aperta a Torino, epicentro dei dissesti e delle proteste, dal sostituto procuratore Raffaele Guariniello. Il magistrato di battaglia, sempre attento ai problemi dei consumatori e alle questioni legate alla sicurezza, ha dato alla Polfer il compito di raccogliere i dati relativi a un robusto campione di treni veloci, zoomando sui primi dieci giorni di servizio, prima di Natale.
Le corse in linea con le tabelle di marcia - la massima puntualità - sono state meno di una ventina, secondo il dossier nelle mani di Guariniello. Un centinaio degli oltre 400 Frecciarossa monitorati è approdato a destinazione con meno di 15 minuti di ritardo. Oltre 300 invece, stando sempre alla ricognizione fatta dai collaboratori del pm, hanno accumulato ritardi superiori al quarto d'ora. E, di questi, 50 hanno sforato i tempi di oltre 60 minuti, 30 hanno doppiato la boa delle due ore extra perse, si è arrivati a picchi di 5 ore abbondanti. E tutto è cominciato prima che neve e ghiaccio flagellassero la penisola, due giorni dopo l'inagurazione in pompa magna e in perfetto orario della linea Torino-Milano.
Trenitalia, nonostante i dati pesanti, continua a difendere le sue ragioni. Allungando il periodo-campione e spalmando le statistiche su un maggior numero di giorni, le percentuali si annacquano. E tuttavia tratteggiano un quadro del quale non c'è da andare fieri. Solo il 25 per cento dei treni fast in corsa dal 13 dicembre al 5 gennaio - dati resi noti ieri dall'azienda - è arrivato al capolinea con più di 15 minuti di ritardo. Altre centinaia di Frecciarossa non hanno centrato l'obiettivo puntualità per meno di un quarto d'ora, anche su tratte relativamente brevi. Ma secondo Trenitalia i ritardi dei treni sotto 15 minuti non sono considerati tali, "per consuetudine europea". E pazienza se centinaia di clienti hanno perso coincidenze o hanno mancato appuntamenti importanti. Anche per i treni superveloci c'è una sorta di "quarto d'ora accademico", ammesso, tollerato, escluso dal bilancio.
Numeri e non solo. Lo scopo dichiarato dell'indagine esplorativa di Guariniello - "il ritardo di per sé non ha rilievo penale", allo stato non ci sono indagati né ipotesi di reato - è quello di portare alla luce le cause degli stop e dei rallentamenti, per vedere che cosa c'è davvero dietro e lavorare di conseguenza. Per due ordini di ragioni. La sicurezza, e possibili correttivi. "Successe così - ricordano dallo staff del sostituto procuratore - anche con l'inchiesta sui ritardi areei: si individuarono le origini dei problemi, si studiarono e pianificarono soluzioni ad hoc". Ma fin qui le indicazioni avute da Trenitalia, nei prossimi giorni chiamata da Guariniello a dare risposte più approfondite, non sono state dettagliate. I motivi dei ritardi, minimi o stratosferici che siano, vengono raggruppati in quattro macro-famiglie. Cause interne, cioè inconvenienti tecnici. Cause esterne, sostanzialmente eventi meteorologici, suicidi, incidenti. Cause attribuibili al gestore della rete, Rsi. E cause che dipendono da altri operatori ferroviari, ad esempio la società svizzera Cisalpino o le concessionarie locali.
Dal quartiere generale di Mauro Moretti, l'amministratore delegato di Trenitalia, l'accento viene messo sul bicchiere mezzo pieno - la puntualità di tre quarti dei Frecciarossa o l'"accettabile" quarto d'ora di ritardo - e sulle difficoltà legate alla messa a regime della "rivoluzione alta velocità". Moretti da parte sua ribadisce la tesi già esposta a Repubblica il 18 dicembre scorso, nel pieno della crisi Frecciarossa. "Sono dei guai giovanili - spiegava l'a. d. - il nostro è un sistema così complesso che ha bisogno di rodaggio, di essere provato ora dopo ora, giorno dopo giorno e accompagnato da cure e attenzione dei nostri tecnici. Per fare ciò occorre del tempo: stiamo parlando di mille chilometri di rete ad alta velocità e 110 treni veloci al giorno". Aumentando l'offerta di treni del 40 per cento - aggiungono a Trenitalia - sono state anche inaugurate in contemporanea tre nuove linee Av. C'è stata poi l'introduzione dell'orario invernale. E infine ci si è messo il tempaccio. Con una coda di effetti collaterali. Non sono ancora stati rimessi in rete tutti locomotori fast mandati in manutenzione dopo l'ondata di gelo e i guasti elettrici provocati dalla basse temperature". Così Repubblica. E io aggiungo: questo insiste ancora. Ma noi lo teniamo d'occhio.
"CHIEDIAMO SCUSA PER I VERTICI AZIENDALI"
Lettera aperta ai viaggiatori:
“Quanto è successo non è addebitabile, se non in minima parte, al maltempo quanto piuttosto a scelte tecniche e gestionali errate”
Vogliamo chiedere pubblicamente scusa, a nome di tutti i ferrovieri, alle migliaia di pendolari e viaggiatori per i disagi e i disservizi subiti in questi giorni. Ma soprattutto vogliamo esprimere il nostro imbarazzo per l'atteggiamento poco rispettoso, al limite dell'offensivo, tenuto dai vertici aziendali.
Siamo vittime insieme a voi degli stessi disagi e spesso anche oggetto delle legittime proteste, perché accomunati a chi, contro ogni logica, ha presentato l'inverno e la neve nel nord Italia come "evento imprevedibile" e ha manifestato una indifferenza al limite dell'offensivo.
La causa principale non è addebitabile, se non in minima parte, alla "emergenza maltempo" quanto piuttosto a scelte tecniche e gestionali errate, oltre che alla scarsa considerazione per gli utenti. Per questo non ci pare giustificato il rifiuto dei rimborsi. La riduzione degli addetti in tutti i settori, la saturazione delle capacità di treni e linee (comprese le nuove tratte AV, costate tanto alla collettività, in termini economici, ambientali e di vite umane), la copiosa propaganda e la promessa di prestazioni inverosimili hanno generato aspettative che non possono ragionevolmente essere soddisfatte. Il mito del profitto ferroviario e di una ferrovia fatta di lustrini rossi si è impantanato in quattro dita di neve.
Siamo orgogliosi di lavorare in una azienda che si ammoderna ma ci dissociamo quando gli investimenti, pagati con i soldi di tutti, vengono concentrati solo su un settore a danno della generalità della popolazione. La pubblicità non basta a far marciare i treni, sicuri, puliti ed in orario.
Lavoriamo in un "gruppo" pieno di amministratori delegati, "manager" e dirigenti che hanno rinunciato al loro ruolo di iniziativa e controllo e che hanno scelto la strada più semplice: obbedire sempre, in silenzio, anche di fronte a scelte oggettivamente sbagliate e dannose. Noi ferrovieri "semplici" che pur con tutti i nostri limiti, garantiamo giorno e notte la regolarità del servizio ferroviario, siamo mortificati nel vedere sciupato il nostro lavoro e infangata in questo modo l'immagine della nostra azienda.
L'amministratore delegato Mauro Moretti, invece di chiedere scusa e prendere adeguati provvedimenti, non escludendo neanche le proprie dimissioni, ha attaccato tutti, viaggiatori, giornali, macchinisti, fino ad arrivare alla inverosimile richiesta di dotarsi di coperte e panini! Come ha detto il ministro Matteoli, forse si tratta di una persona sotto stress.
Auspichiamo che dopo quanto accaduto in questi giorni lo Stato riprenda le redini di questo importante servizio pubblico facendolo funzionare nell'interesse della collettività e non di creative scelte di mercato.
La rivista "ancora In Marcia!"
GIORNALE DI CULTURA, TECNICA E INFORMAZIONE POLITICO SINDACALE, DAL 1908
“Anche se con alcuni ritardi” “la rete ferroviaria sta funzionando” . Sono parole che leggo, trasecolando, sul Televideo, pronunciate dall’amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, a Radio Anch’io. Per Moretti la rete ferroviaria sta funzionando, nonostante il maltempo: “Abbiamo evitato di tagliare il 50 per cento dei treni”. No, caro Moretti. La rete NON sta funzionando. Non vuol dire che la rete funziona se i treni si sa quando si prendono e non si sa quando si arriva. Non vuol dire che la rete funziona se i treni accumulano ritardi sistematici di decine e decine di minuti, di ore in molti casi. Non vuol dire che la rete funziona se nemmeno nel caso di oltre un ora di ritardo non si può pretendere il rimborso del biglietto “perché i disagi non dipendono dalle Ferrovie, ma dal maltempo”. Non vuol dire che la rete sta funzionando se un amministratore delegato di un’azienda dice “i treni Alta Velocità non opossono rispettare gli orari perchè non sono tarati per viaggiare a queste temperature”. Per non parlare delle infelici uscite su panini e coperte, di cui (bontà sua) pare si è già pentito. Nemmeno nel far west esisteva questa approssimazione. Da sempre i treni hanno rappresentato in tutte le epoche e in tutti i Paesi per antonomasia il mezzo sicuro di trasporto, che va al di là dei disagi del maltempo e del traffico improvviso, proprio perché vanno su rotaie singole, a loro dedicate. E se la caduta di qualche centimetro di neve giustifica il caos di questi giorni e di queste ore significa non essere capaci di farli funzionare questi treni, soprattutto dopo i recenti aumenti (ingiuistificati) delle tariffe. E se è così c’è una sola soluzione: Moretti si deve dimettere. Non è tollerabile che trascini l’Italia delle ferrovie nel caos, che prenda in giro gli italiani, e che si senta pure giustificato a farlo. L’unico modo che ha (forse) di evitare le dimissioni è quello di provare quanto meno a scusarsi dei disagi, e rimborsare gli utenti. Come è accaduto in Inghilterra per coloro che sono stati bloccati nell’Eurotunnel: pagina di un importante quotidiano comprata per scuse pubbliche, rimborso del biglietto e bonus di 150 euro per ogni viaggiatore coinvolto da spendere per un nuovo viaggio. Altro che l’arroganza di Moretti. Dimissioni!
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